Facce da culo e camicia nera. Mosh or die...’ndò cazzo stai?
Combattere il regime porno-mediatico di Berlusconi è importante. Ma non basta. Il partito nero è in casa, già da tempo. Si è insinuato fra le contraddizioni della democrazia ed è riemerso indisturbato nonostante la Costituzione lo bandisse. Le stesse mani che fanno il saluto romano stringono accordi coi potenti, fanno affari con uomini di chiesa e influiscono sulle politiche sociali. Nel gran parlare e scrivere di sicurezza e di paure non si fa quasi mai cenno alla presenza di gruppi neofascisti che ogni giorno, in tutta Italia, aggrediscono extracomunitari, rom, gay, giovani di sinistra e in generale chi la pensa diversamente. Scritte razziste e fasciste imbrattano i monumenti e i luoghi storici della Resistenza. Tutto questo avviene infatti con l’avallo della destra rappresentata in Parlamento. La politica del governo di cui fanno parte questi personaggi ha grosse responsabilità, una politica che segrega e non integra, una politica repressiva incapace di concedere diritti elementari, una politica che genera mostri dichiaratamente fascisti. Questo Stato democratico si serve degli squadristi come braccio violento quando c’è da intimidire l’opposizione di piazza, li difende schierando camerati in uniforme quando il popolo si ribella. Anche quando ad aprire una delle loro sedi “culturali” sono in trenta e a ribellarsi sono in mille, come a Napoli pochi giorni fa. Questi sono gli stessi fascistelli che sotto le effigi di CasaPound, il 17 ottobre proveranno per l’ennesima volta a stabilirsi anche a Genova. Facciamo appello a tutte le forze antifasciste a ribadire che in questa città questi rigurgiti della storia non hanno cittadinanza e a mobilitarsi per impedire squallidi raduni o adunate di sapore nostalgico.
Qui di seguito le impressioni su sabato di alcuni antifascisti genovesi.
Il 17 ottobre attendevamo tutti l’arrivo dei “fasci del terzo millennio” a Genova. Gli squadristi futuristi di CasaPound da mesi pubblicizzavano il concerto hardcore “Mosh or Die” per lanciare l’apertura di una loro sede anche qui. Evento molto atteso soprattutto dagli Antifa per una resa dei conti definitiva in una città già medaglia d’oro per la Resistenza, l’unica città italiana in cui l’armistizio dei nazisti fu controfirmato da un operaio, dopo che i partigiani la liberarono senza aiuto degli Alleati. Una città già insorta il 30 giugno del ’60 contro chi la Resistenza voleva infangare (l’MSI di Almirante e l’ accondiscendente Stato democratico), e che il 20 luglio 2001 liberò per un’intera giornata le strade dall’opprimente giogo del capitalismo.
Il 17 ottobre doveva essere dunque anche il turno di Genova, dopo varie occupazioni “non conformi” un po’ in tutta Italia. Eppure per le vie di Genova quel giorno, nonché la sera prima, si vedevano solo ronde antifasciste. Nessuna traccia dei topi di fogna che, almeno nelle previsioni degli organizzatori, sarebbero dovuti arrivare da tutt’Italia. Questo perché a Genova i servi di Iannone sanno bene di non aver cittadinanza. Così dunque il manipolo di nostalgici e revisionisti nostrani, intimoriti dall’ondata di opposizione prevista, ha preferito rintanarsi nelle alture come i ratti prima di un alluvione. Ronco Scrivia o Busalla probabilmente, senza rendere pubblico il luogo precedentemente. E in sostituzione della tanto vagheggiata occupazione di una nuova sede si limiteranno a subentrare nella dimora della decrepita comunità militante in via XX Settembre 13/3.
Sul loro forum fantasticano:“Dove non si può noi ci siamo”. Sì, sui monti, dove non c’è un cazzo da fare. Mentre noi siamo ovunque. E ovunque ci piace portare la ricetta antifa: brodo caldo di tartaruga.
